Smog in flessione. Il pericolo sono le polveri sottili
- da La Stampa del 13.11.2008
13 November, 2008
Migliorano i livelli di inquinamento da monossido di carbonio, anidride solforosa, piombo, benzene. Rimangono stabili o si attenuano leggermente gli ossidi di azoto e PM10 nei periodi invernali e dell’ozono nei periodi estivi. Anche così, non c’è nulla per cui brindare: le concentrazioni delle polveri PM10 risultano elevate, con superamenti del limite annuale (40 mg/mc) persistenti nelle aree urbane.
Quello sulla qualità dell’aria è solo uno dei report contenuti nel Rapporto sullo stato dell’ambiente in Piemonte. Un altro fronte è il meteo, condizionato dai cambiamenti su scala globale. Statisticamente la nostra Regione è colpita da eventi alluvionali ogni 18 mesi, l’ultimo data a fine maggio 2008, che gonfiano i fiumi e accelerano l’erosione del suolo. L’inverno 2007 è stato il più caldo nella storia delle misure (la media mensile è di 9,7 gradi rispetto agli 8,3 degli anni 1991-2005). Le piogge sono inferiori alla media annuale, il deficit 2007 è del 20-30%, ma diventano più concentrate e di carattere torrenziale.
La neve: l’inverno 2007-2008 ha registrato valori nella norma dopo tre stagioni al ribasso. Sistema energetico: è ancora basato sulle fonti di origine fossile che soddisfano oltre l’80% del fabbisogno. Stabilimenti a rischio di incidente rilevante: a luglio 2008 il Piemonte ne contava 102. Rifiuti urbani: la produzione totale è rimasta stabile rispetto al 2006. Raccolta differenziata: gli aumenti più consistenti si sono riscontrati nelle province di Asti (+357,9%) e Cuneo (+273%). Campi elettromagnetici: aumenta la densità e della potenza di impianti ma i livelli medi di esposizione sono nella quasi totalità inferiori ai valori limite. ancora censiti ma che hanno tutti i requisiti per giustificare un intervento di bonifica. Restando al Torinese, i 445 del 2007 sono diventati 540 nel primo semestre 2008. Quanto basta e avanza per accendere i riflettori su un’emergenza ambientale di cui si parla troppo poco: combattuta con tanta buona volontà ma con poche risorse e personale; esposta ai ricorsi delle leggi; complicata dai tempi lunghi delle procedure e dalla difficoltà di risalire ai responsabili. Figlia di un passato industriale che nelle forme più deteriori ha compromesso suoli e falde per decenni, e in assenza di provvedimenti continuerà a farlo per i prossimi anni.
Da Torino a Settimo, da Pinerolo a Ivrea, si susseguono aree impestate da scarti di lavorazioni industriali cessate per i motivi più vari: aziende fallite o passate di mano, produzioni delocalizzate. Il comun denominatore sono i rifiuti che restano sul territorio: «speciali» (imballaggi, gomma, plastica industriale, etc.) e «pericolosi» (solventi, idrocarburi, metalli pesanti, etc.), classificati in tipologie che sfumano a seconda della permanenza nel terreno, delle condizioni ambientali e dei cicli di lavorazione. Eredità del passato prossimo: note da tempo, talora messe in sicurezza, riportate all’onore delle cronache dal recupero delle ex-aree industriali o dagli scavi lungo le rive dei corsi d’acqua.
Altre sono frutto del caso, come gli sversamenti accidentali, o delle modifiche imposte dal legislatore: la rimozione dei serbatoi nei distributori di carburante per recepire le nuove normative sulla sicurezza consente di scoprire perdite insospettate. E’ solo un esempio. Sul fenomeno incide anche la crisi economica che sta falciando decine di aziende: quando un’impresa muore, si alza il coperchio. Come minimo, cessa la manutenzione di massima. Spariscono le produzioni e i posti di lavoro, restano i veleni.







