Le misure adottate dal Kenia per eliminare i sacchetti usa e getta
30 June, 2009
Massimiliano Milone
Il ministro delle Finanze del Kenya Amos Kimunya ha vietato l’importazione e l’uso dei sacchetti sottili (con spessore minore di 30 micron) a metà del 2007 (dopo Rwanda e Tanzania) e ha imposto una tassa del 120% sui sacchetti di plastica più spessi e sugli imballaggi.
«Queste misure sono volte ad invogliare l’industria nel mettere a punto strategie amiche dell’ambiente e produrre sacchetti riciclabili» ha affermato il Ministro.
«I sacchetti di plastica solo di recente sono arrivati in Kenya. Solo 15 anni fa le donne facevano la spesa con i cestini: mi ricordo che acquistavano pesce e patate dolci, avvolte in foglie di banano e non in sacchetti di plastica sottili» spiega Giuseppe Gondi, ambientalista di spicco del Green Belt Movement.
La pulizia è in corso. «Sette anni fa il centro della capitale Nairobi era sporca» dicono i residenti «ma un esercito di spazzini, nuove pattumiere e nuovi alberi (piantati dal Green Belt Movement) hanno avuto un impatto positivo».
I produttori africani non confidano nelle drastiche misure imposte sui sacchetti di plastica, ma ritengono necessario un cambiamento di cultura tra i consumatori.
«Invece di punire i produttori, i consumatori dovrebbero essere meglio informati sull’eliminazione, la riutilizzazione e il riciclo dei sacchetti di plastica. I produttori vogliono tenere pulito l’ambiente!» ha detto Bimal Kantaria, membro del consiglio di amministrazione delle associazioni di produttori del Kenya.
«Ma noi vogliamo agire in modo efficace. Esiste un problema: i sacchetti di plastica che inquinano l’ambiente. Tuttavia un’imposta indiretta è difficile da raccogliere e facile da evadere».
Kantaria ha proposto un moderato “prelievo fiscale verde” sulle materie prime importate, al fine di raccogliere fondi per creare un nuovo organismo, incaricato di sensibilizzare il pubblico con apposite campagne.
Alcuni venditori ambulanti hanno un’idea più semplice. John Kihui, presidente dell’associazione nazionale venditori ambulanti del Kenya, ha dichiarato che, fornendo semplicemente più recipienti per la spazzatura, si risolverebbe il problema del 70%.
«Grazie ai bidoni, posizionati in posti strategici, la gente non getterebbe più per strada i rifiuti e il centro di Nairobi sarebbe libero dalla plastica» ha detto al giornale locale. «L’effetto? Un cambiamento positivo di comportamento senza necessariamente punire il popolo».
Fortunatamente, si intravedono all’orizzonte buone alternative per i clienti ed i venditori. Una recente relazione, a cura del Business Daily Africa, riporta la crescente domanda di eco-fashion (ad esempio borse di cotone, tela e sisal). «Da quando il governo del Kenya ha vietato l’uso dei sacchetti di plastica la gente si è messa subito alla ricerca di soluzioni alternative per il trasporto delle sue merci. Ricordiamoci che la gente non vuole guardarsi indietro e l’eco-fashion è sicuramente all’avanguardia» sostiene Nduta Ndambuki, che vende borse sisal al mercato Masaai di Nairobi.
Eliminare i sacchetti è considerato come un compito che ricade soprattutto sui negozianti. Nakumatt Holdings, uno dei supermercati più grandi del Kenya, ha dichiarato che farà la sua parte partecipando al risanamento del paese.
Le borse sono disponibili in diverse forme, dimensioni e colori. Sono fissate con cinghie di cuoio e il loro fondo è coperto con lo stesso materiale per essere più resistenti e funzionali, ma la bellezza è sempre un fattore fondamentale. Alcuni designer usano le cortecce di albero e metalli per decorazione.
I prezzi variano da 300 a 3000 scellini del Kenia (da 2,80 a 28 €), a seconda delle dimensioni e del design.







