Da Nord a Sud 12 km vissuti pericolosamente
Attraversare Torino in bicicletta - da La Stampa del 26.07.2013
26 July, 2013
Beppe Minello
Chiariamo subito una cosa: per chi va in bici non c’è pista ciclabile che tenga. È un po’ come per le quote rosa o le riserve indiane. Si creano luoghi protetti e regole ad hoc sperando di ottenere con la coercizione e i diktat ciò che dovrebbe essere naturale e condiviso. Che nel caso dei pedalatori è la pari dignità a solcare le strade con tutti gli altri mezzi di locomozione.
Il percorso più corto Esagerato? Beh, provate ad attraversare quotidianamente Torino, da Venaria alla Stampa. Sfruttando tutte le scorciatoie e scegliendo le strade meno trafficate sono, malcontati, oltre 12 chilometri che tagliano in diagonale la città offrendo uno spaccato reale di ciò che significa muoversi pedalando. Ovunque e in tutte le condizioni, non solo nelle fighette isole pedonali del centro dove, per la verità, spesso gli arroganti sono i ciclisti a danno del più debole su piazza, cioè il pedone.
Povere piste ciclabili Intanto, diciamo subito che in periferia le piste ciclabili o sono un sogno, o sono ridicole o sono abbandonate.Quindi,dalconfine con Venaria a piazza Stampalia e anche oltre, bisogna aguzzare i sensi perché le auto in doppia fila la fanno da padrone obbligandoti a un’andatura ondivaga per superare l’ostacolo che restringe la carreggiata. Attenzione alle auto che arrivano alle spalle e occhio che il signor automobilista non ti spalanchi la portiera davanti alla ruota: in assoluto una delle cose più pericolose per il ciclista. Perché è un accidente così repentino che sei indifeso. Arrivati all’incrocio con corso Grosseto e volendo imboccare il viale ricavato sulla copertura della Torino-Ceres, lungo via Stradella, proverete il brivido di superare l’intreccio di ben sei strade, sette se tenete conto anche di quella che vi passa sopra la testa. Un guazzabuglio dal quale si riesce a fuggire sfruttando le incertezze degli automobilisti e bruciando, ebbene sì, lo ammettiamo, qualche semaforo rosso: l’unico modo per sfruttare i pochi momenti in cui la strada vi appare libera.
Un città sconosciuta Una fatica che vale la spesa. Pedalare sulla copertura della TorinoCeres è esperienza rilassante, soprattutto al mattino quando fa freddo e quando il sole vi bacia in fronte. È la dimostrazione pratica che la bici, così come camminare, vi fa scoprire angoli della città che in auto non avevate nemmeno immaginato. Un piacere che dura poco. Superato l’incrocio con via Casteldelfino troverete la prima traccia di pista ciclabile. Un orrore: ricavata oltre la recinzione del parcheggio dovrete prendere la mira per imbroccare sia l’entrata, sia l’uscita,attraversareviaCambiano e, se non c’è la barriera del solito bidone della spazzatura, salire sulla banchina pedonale. Non si fa? Provate voi a pedalare in via Stradella. Tra auto, binari ovunque l’altra grande dannazione delle due ruote - e asfalto sconnesso é un suicidio assistito. Ancora sul marciapiede, scendete verso «santa» piazza Baldissera che ha eliminato il rodeo mortale del vecchio incrocio, e imboccate via Cecchi. Anche qui come sopra: auto in doppia fila con variante binari. Dovrete pedalare fino in corso Emilia e imboccare il ponte Mosca prima di rilassarvi e risolvere il quesito: «Risalgo verso l’ultimo tratto di corso Giulio Cesare per raggiungere Porta Palazzo o tagliodalBalon?».Sicuroallimone: infilatevi nel Balon, anche se la strada è in contromano, le pietre sonosconnesseeilsabato(igiornali lavorano sempre) la folla vi obbliga ad andare a piedi.
Via Lagrange, un sogno Ilrestoènoto:viaMilanolesueauto e i suoi binari da superare pedalandosuilarghimarciapiedibeccandovi gli sguardi seccati - se vi va bene dei pedoni e poi la gioia di via Garibaldi, piazza Castello, e via Accademia delle Scienze - non fatevi pizzicare a passare davanti all’Egizio! - e poi su per via Lagrange che in sella a una bici è spettacolare. Da Porta Nuova a via Lugaro non c’è storia e, perlaverità,nemmenounapistaciclabile. Al ritorno, di notte, va da sè, è peggio, molto peggio. Ma questa è un’altrastoriaeriguardasolopochi, esagerati fachiri della bici.







