Anche le merci cambiano abito
Da La Stampa del 19.09.2010
21 September, 2010
Marco Belpoliti
E’ solo col cartellino del prezzo, ha scritto Walter Benjamin, che la merce fa il suo ingresso nel mercato. Oggi ci resta e resiste grazie al packaging, ovvero alle forme dell'apparire, che dal cartellino s'estendono all'intera superficie e volume che circonda l'oggetto offerto in vendita. Quello cui noi assistiamo, quando visitiamo un negozio o un megastore, è prima di tutto uno spettacolo di cui l'imballaggio costituisce una forma espressiva peculiare.
Nell'esposizione il valore d'uso dell'oggetto, come ci aveva avvisato il filosofo di Treviri, scompare completamente a vantaggio del valore di scambio. E se tutto oggi tende a diventare «immateriale», tuttavia gli oggetti che raggiungono le nostre abitazioni non possono rinunciare alle forme dell'apparire garantite dal packaging.
Anni fa uno studioso di semiotica ha sostenuto che l'imballaggio è la televisione prima della televisione. E se i visori diventano piatti, e sempre più sottili, anche il packaging evolve verso forme smart, che consentono di risparmiare materiali e tecnologie, e hanno un impatto più positivo sull'ambiente: inquinano meno. Ma anche questa riduzione dell'imballaggio ha un suo perché: design e maketing si alleano per sorprenderci, per renderci più ecologici, più cool.
Una nuova stagione del packaging è iniziata, dominata da un francescanesimo di ritorno. Capita sempre più spesso di ricevere al ristorante il pane dentro un sacchetto, invece che in un cestello di vimini, o di metallo. Ecco il nuovo packaging dell'essenzialità: Sloow food versione Mulino Bianco.







