Addio alle buste di plastica svolta nei consumi e nei costumi
Da la Republica del 27.12.2010
27 December, 2010
Giovanni Valentini
Quante volte abbiamo imprecato contro quelle "maledette" buste di plastica che imbrattano strade e marciapiedi, ingolfano cestini e pattumiere, deturpano ville e parchi pubblici, inquinano mare, boschi e campagne. Finalmente, stanno per essere messe al bando. Almeno negli esercizi commerciali. Dal primo gennaio - come ha stabilito il governo su insistenza del ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo - non potranno più essere vendute e distribuite. È l´inizio di un´estinzione programmata che segnerà in qualche modo un passaggio epocale, una svolta nei nostri consumi e costumi, una piccola grande rivoluzione quotidiana.
Simbolo di un´altra epoca, caratterizzata dall´opulenza e dallo spreco, al tempo della crisi globale i sacchetti di plastica devono cedere il passo a nuovi materiali, riciclabili e biodegradabili. Erano le icone di un consumismo esasperato, di uno shopping frenetico praticato nei supermarketo negli outlet, in un´orgia di sconti, promozioni e offerte speciali. E resteranno comunque la testimonianza di una crescita economica e sociale che, insieme al benessere diffuso, ha prodotto però tanti guasti e aggravato tante ingiustizie.
Oltre a un vasto campionario di oggetti, prodotti alimentari o di largo consumo, capi d´abbigliamento e accessori vari, quelle buste hanno contenuto anche la rappresentazione emblematica di un pericoloso equivoco: e cioè l´idea che uno sviluppo senza progresso, come distingueva acutamente Pasolini, possa realizzarsi in spregio all´ambiente e quindi alla salute dei cittadini, invertendo un ordine di priorità stabilito in modo irreversibile dalla legge della sopravvivenza. Nel mito ingannevole di Icaro, talvolta alla ricerca più o meno inconscia della potenza assoluta o addirittura dell´immortalità, troppo spesso nella sua storia l´umanità ha creduto di poter evolvere contro natura, alterando o distruggendo il proprio habitat.
È vero: al di là del loro uso commerciale, i sacchetti di plastica ci hanno anche aiutato a risolvere diverse necessità domestiche. A impacchettare, avvolgere, trasportare, conservare, coprire, tappare. Ma, prima o poi, il loro destino era quello di finire inevitabilmente nel bidone della spazzatura ad alimentare la montagna di rifiuti praticamente indistruttibili che avvelenano l´aria e l´ambiente.
Non sarà facile rassegnarsi a farne a meno. All´uscita dai negozi, dai mercati o dai supermercati, per un po´ ne sentiremo la mancanza. E magari ne conserveremo qualche esemplare come cimeli di un modernariato che la crisi economica s´incarica di mettere fuori commercio e fuori legge.
Gradatamente ci abitueremo anche a questo, come ci siamo abituati a tanti altri cambiamenti fino al punto di non farci più caso: dalle cinture in automobile al casco in moto, dal "no smoking" nei locali pubblici ai limiti di velocità o ai controlli di sicurezza attraverso il metal detector. Sono obblighi o divieti imposti in funzione della sicurezza o della convivenza civile e trovano dunque il loro fondamento non già nell´arbitrio del potere costituito, bensì nella ragionevolezza e nella condivisione generale. La qualità della vita collettiva, cioè la difesa dell´ambiente e della salute, vale senz´altro questa rinuncia.
Nel segno della "green economy", l´abbandono delle buste di plastica offrirà anche una nuova opportunità a quell´industria verde che tratta materiali naturali e biodegradabili. Avremo sacchetti di carta, di mais, di cotone o di tessuto, da conservare e riutilizzare più volte. Sarà un altro esempio di riconversione ecologica a favore di quella produzione sostenibile che tende a coinvolgere ormai tutti i settori: dall´auto all´agro-alimentare, dall´energia all´edilizia. E perciò, nella sua dimensione simbolica, la svolta rappresenta a suo modo una metafora minima della transizione in atto dalla vecchia alla nuova economia.
Ma, nella moderna società della comunicazione, è soprattutto sul piano dei consumi e dei costumi che la messa al bando degli "shopper" può innescare un processo virtuoso di maggiore consapevolezza. Uno spot contro la bulimia consumistica, indotta dall´ideologia dello spreco, dei falsi bisogni, dei desideri inappagabili, dei sogni e delle illusioni. Un messaggio di moderazione e di responsabilità. Consumare per vivere, insomma, piuttosto che vivere per consumare.







