Che fatica pedalare in città
Da La Stampa del 04.06.2011
06 June, 2011
RAPHAËL ZANOTTI
Lo ammetto: all’inizio ero scettico. Il bike sharing l’avevo già visto funzionare in altre città europee: Lione, Parigi, Bruxelles, Barcellona, Stoccolma. Ma in Italia, ammettiamolo, sembrava un pelo sopra il nostro standard civico. Eppure, non appena ho visto spuntare a Torino le rastrelliere giallo-blu, ho pensato: ma sì, siamo pronti. Quando la tessera ToBike è arrivata nella mia buca, mi sono precipitato alla prima stazione tenendo il badge ritto sulla testa come Scilipoti quando salva il governo. Il mio infantile entusiasmo è stato subito ripagato. Ho passato la tessera sulla fotocellula, tre bip, un trillo e la rastrelliera è andata in tilt: luce rossa su ogni bici. Sono andato via alla chetichella.
Dopo una settimana, però, ho capito che ero innocente. Altri avevano il mio stesso problema. Un difetto del cervellone elettronico, dicevano. Una volta riparato, la tessera ha iniziato a funzionare. E alla grande. Ricordo la mia prima ToBike: ampio cestello (fondamentale), campanello lucido (una tentazione), cambio ad anello sul manubrio (lusso). Ho pensato: «Troppo sofisticata, e queste quanto durano?». Ma dopo le prime pedalate, i dubbi son scivolati via ed è stato amore: comoda, veloce, quasi gratis. Una bici senza l’ansia del lucchetto, la paura dei ladri, l’angoscia del garage. Con la ToBike la vita sorride, pensavo. E s’imparano cose: 1. La città è piena di persone più alte di te, devi sempre abbassare la sella anche se sei Fassino; 2. I ToBikers sono una comunità: hanno chat, forum, pagine Facebook e quando s’incrociano si salutano come i motociclisti. 3. I tassisti ti odiano: ogni bici presa, per loro è una corsa in meno. 4. Tu odi loro e chiunque abbia un’auto. Odi anche il tram, con quegli sdrucciolevoli binari assassini. Insomma, la ToBike cambia il Dna del cittadino semovente.
Ma l’idillio è durato poco. Oggi mi trascino alla rastrelliera. Osservo le ToBike con lo sguardo cinico dell’utente scafato: una ha le ruote sgonfie, all’altra manca il cestello, qualcuno deve avere in casa una collezione di ex campanelli lucidi. Scelgo la meno peggio, ma mi tradisce: lo sclang della catena che sbatte e il pedale sbilenco danno sui nervi. Sono in centro, poco dopo le 17. Alla prima postazione, il deserto. Alla seconda, due bici sgangherate. Arrivo alla terza e avvisto una «gialla» solitaria. Mi avvicino, ma da dietro l’angolo spunta un altro ToBiker. Niente più saluti complici tra noi, solo sguardi alla Sergio Leone. Scartiamo e acceleriamo il passo. Ma lui arriva prima, passa la tessera, afferra la bici e se ne va. Il successo del bike sharing ha il suo rovescio della medaglia. Prendo un taxi e rifletto: «Che bello quando eravamo felici ed europei». Dicono che ci stanno lavorando, che potenzieranno il servizio. Speriamo perché oggi mi sento di nuovo Scilipoti. Ma versione post ballottaggio.







