Correre ai ripari, allarme europeo
da Il Manifesto del 27.06.2007
27 June, 2007
<b>Alberto D'Argenzio</b>
Caldo torrido, incendi e desertificazione al Sud, scioglimento delle nevi in montagna o nelle regioni del Nord Europa, inondazioni, erosioni ed allagamenti, insomma una serie di disastri che non sono più un'eccezione, ma che diventano la regola per l'Europa. E per il pianeta. A dirlo è la bozza del Libro verde della Commissione europea (un testo che in ambito comunitario serve come base per un dibattito politico) intitolato «Adattamento al cambiamento climatico in Europa - Opzioni per un'azione della Ue». Lo scenario disegnato è da film hollywoodiano, del genere catastrofico con tanto di inondazioni, canicole, incendi e infrastrutture da difendere, una sceneggiatura di quelle che, si augurano da Bruxelles, dovrebbero spingere i governi ad agire.
In concreto il Libro verde invita i 27 a darsi da fare per studiare come proteggere industrie, reti energetiche, sistema dei trasporti, agricoltura, foreste, coste da agenti atmosferici e condizioni climatiche divenute sempre più aggressive. In sostanza la decisione presa al Consiglio europeo di marzo di limitare le emissioni di CO2 del 20% entro il 2020 non basta, nemmeno se accompagnata a un potenziamento delle energie alternative. «Ora stiamo notando che i primi segnali del cambiamento climatico sono il risultato delle emissioni prodotte negli anni Sessanta e Settanta - assicura all'International Herald Tribune Tom Burke, professore all'Imperial and University College di Londra - ci sono 40 anni di ritardo dal momento in cui il carbonio entra nell'atmosfera e quello in cui iniziano a mostrarsi gli effetti sul clima». In altri termini: tagliare le emissioni di gas di serra è indispensabile, ma il cambiamento del clima ormai è innescato e bisogna che l'Europa pensi da subito a proteggersi dai suoi effetti.
Per l'area del Mediterraneo, la più colpita in Europa, la Commissione invita ad agire fin da subito con azioni «leggere» come la conservazione delle acque, la rotazione agricola, la conservazione delle aree umide e delle foreste. Queste misure, «se prese rapidamente potranno ridurre la necessità di interventi "duri" come l'innalzamento di dighe, la ricollocazione di porti, lo spostamento di intere città dalla costa all'interno e la costruzione di nuovi poli energetici». Problemi anche per l'agricoltura, con conseguenti ricadute sulla sicurezza alimentare, e sull'occupazione. Scenario ancor peggiore per Africa, Asia ed America Latina, in cui sono previsti «esodi di popolazione, incluso in regioni prossime all'Europa». D'altronde si sa che i primi a pagare sono i poveri. I ricchi dovranno invece abituarsi ad andare a prendere la tintarella nei paesi Baltici.







